io non chiedo

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l’azione autogenera la realtà e non è un vero e proprio movimento quanto un impulso, come tante piccole stelle che inviano segnali verso ciò che le circonda. la non volontà è un po’ come una nana bianca. splende e splende eccome, ma sa di avere solo una piccola scorta di energia da ardere. è il suo stato continuo, quello in cui si trova ora e si troverà per un tempo che equivale alla sua vita.

davanti a me ho un mazzo di fiori e mi sorprendo della tenacia delle rose.

in mezzo a tante sterpaglie e seccume che ormai non compete più per nulla, quei rami di rose hanno continuato a nutrirsi, prendendo l’energia non so da dove, dato che non cambio l’acqua al vaso da almeno tre settimane. al vaso, non ai fiori. loro trovano sempre il modo di esistere, di replicarsi, di alzare i boccioli al vento o al soffio di una lampada elettrica che assomiglia al calore di maggio.

io vedo nelle rose e nelle piante di quel bouquet appassito una vita che si anima, le casualità che prendono forme attraenti come il volto di una donna che pensa, tra le ombre di foglie di cactus, o la foresta alle pendici delle rose, abitata da mantidi giganti con la testa di cuoio.

tutto questo insieme forma l’energie delle piccole rose di palude. uniche nello specifico caso, nella determinata circostanza. le rose non avrebbero mai potuto pensare di finire a rinascere qui.

ma è la loro energia, la fibra di cui
queste
specifiche
rose
sono fatte.

l’unicità del singolo essere pur con le sue molteplici affinità e aderenze alla specie.

ogni essere nasce con una sua energia, e per ognuno è diversa.

le rose non vogliono, non pretendono non insistono: fanno. io pretendo, demando. raramente esigo. non esprimo volontà, sarebbe come richiedere al mondo di mostrarmi il futuro.

io non chiedo, io desidero.
desidero fortissimo, che dicono che la prima forma d’azione è il pensiero, ma nel desiderio ci sono magie che stentano a realizzarsi così esattamente come sono desiderate.

e poi, chiedere è difficile.

un fatto importantissimo da considerare prima di chiedere qualcosa è il tempo, o meglio il tempismo. ci sono momenti giusti per parlare e quei momenti sono immediati e vanno riconosciuti e colti. ci sono momenti per agire, idem. passati quelli, non tornano! quindi bisogna chiedere proprio nel momento in cui la porta aperta verso le richieste consente di inoltrare la comunicazione.

e invece io lo faccio sempre in ritardo, temporeggio, ci ripenso, anche se non ho nulla da perdere. poi, quando arrivo a chiedere, il tempo è ormai andato, tranne me, che sono rimasta incollata a quel momento in cui si aprono letteralmente due scenari molto diversi. per un po’ va bene restare dove si è, non muovere un passo. va bene dire “ok”.

non sappiamo quello che vogliamo. ma non devono essere gli altri a decidere per noi.
sarebbe come assecondare il caso che si manifesta attraverso una volontà o una decisione altrui: ognuno può scegliere il suo mezzo. c’è chi vede gesù e la madonna e riceve da loro delle vere indicazioni su cosa fare o cosa scegliere, beati loro.
c’è chi affida le scelte ai dadi, chi oppure si lascia guidare dalle scelte altrui con parsimoniosa costrizione e chi non crede al caso e scorre in un presente fatto di piccoli attimi che confermano la vita.

cliché, normalità, verità. chissà qual è il clichè per una donna israeliana.
a cosa giocano in israele?

chissà che pensa mentre va a lavoro l’impiegata di nairobi?
anche lei sarà imbottigliata nel traffico o andrà a piedi camminando su strade di terra scura battuta? un piccolo capriccio che non si nega a nessuno, il cliché. tutti prima o poi ci rientrano. gli uomini, le donne. i belli, i brutti. mettiamoci a pensare quali clichè esistono per ogni categoria e ci ritroviamo occupati a vita, ognuno perso nella sua partita.

fa freddo e avrei voglia di mangiare per cui comincerò a pensare fortemente che mi arrivi del cibo

sono passati venti minuti e possiamo concludere che non ha funzionato.

 

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Lo scimpanzè sa

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Lo scimpanzè sa
Individuare quel che gli interessa
In una lista di elementi
Lo scimpanzè sa
Scegliere un oggetto
In base a ciò che deve fare
Lo scimpanzè sa
Che se qualcuno è distratto
Può essere ingannato
Lo scimpanzè sa
Mescolare gli ingredienti
Per creare qualcosa di nuovo – e buono
Lo scimpanzè sa
Riconoscere quando la cottura è ultimata
Conosce il concetto di esaurimento.

Lo scimpanzè sa
Che non lo so e sa anche
Che sbaglio a credere di non sapere
Sa che fisso un punto a lungo e
Non distogliendo lo sguardo
Non vedo lui che mi dice rivolgermi altrove
Dimmelo tu scimpanzè, che si meravigliano della tua mente
Cosa è che ci distingue se un punto fisso
È l’unica cosa che possiamo guardare.

Occhio Lungo

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La dimensione che più spesso sfugge alla vista è la terza,
quella della profondità.

Non parlo d’amore perché va toccato piano
non sopporto
chi lo descrive così bene
come se fosse naturale
quasi facile da spiegare.

Un pensiero di broccato
per gioco scivola dietro le tende di un teatro
un corpo tatuato
inchiostro

regalato.

La donna è un generatore automatico
di bellezza.

Dall’obiettivo entra una polvere sottile
il buio mette in metrica i gradini
che si inerpicano nella mia testa.

 

Human Tar

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I am getting ready for the war
learning to crawl, grow, fall.

I see the blood and feel it flow
Deep down the body I dig
And find it droll.

Brains over all roll
Hearts are too back hold
Bones break and be fixed in cold
Eyes drop out if you don’t mind pushing slow.

Don’t lay back, don’t frown
This is the matter we are made from.

Flesh we be
Tar we became.

Le tue venti righe

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Cosa fare con l’ermeneutica
dalla posizione di osservatore
senza la testa degli altri
ricomporre i tasselli di un molo
in costruzione sotto i miei passi.

Dopo mi siedo sul mondo
con le gambe appese nel vuoto
mi perdo per le vie del cosmo
del passato che ci viene addosso.

Fisso quanto c’è di nuovo
il pensiero si specchia nel pozzo
se il passato è appena nato
il futuro è già morto.

Cerco di calmare il sole
che mi assale il volto
un riguardo verso il tempo
che non chiede o toglie
ma solo scorre.

Senza scorgerne la fine
resto senza niente da dire.

Sfilare

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Il tempo è immobile
Come un perno
E noi
Ci giriamo intorno.

Non è un cerchio
Ma un’onda
Di cui vediamo solo
La spuma che ci viene addosso.

Guardando indietro la vediamo arrivare
Per capire l’esatta curva delle cose

Guardando avanti la vediamo svanire
Dove la cresta sfuma verso il mare.

Così disteso verso l’orizzonte
Il tempo sta immobile
Infedele a se stesso
In ogni frangente
A piantonare il movimento
Verso il presente.