Taccuino di un viaggio rimandato

Passavo un giorno lungo una strada di alta montagna, attraversando una gola che apriva le rocce a larghi pascoli verdi. Mi accompagnava mia sorella e la musica di Vivaldi, che si sposa perfettamente con le fronde alte delle conifere dei boschi appenninici, con la terra scura e pietrosa ai lati dell’asfalto, con il rumore di una cascata ogni tanto o di un ruscello nato in autunno allo sciogliersi della prima neve.

Ci fermammo in prossimità di una piccola piazzola di sosta e iniziammo a scendere verso il fondo della piccola vallata. I grilli saltavano ai nostri piedi ad ogni passo e collidevano tra di loro come schizzi di fango. Seguimmo le orme delle vacche, raccogliemmo dei funghi selvatici, salimmo su una collinetta che nascondeva un vecchio rudere che era stato una stalla e un recinto nel quale scalpitava un grosso cavallo da traino.

Il suo sguardo nero, le possenti gambe spesse, il pelo lucido anche se trascurato, lo sciame di mosche intorno alla coda che roteava senza sosta. Il cavallo reagì alla nostra vista mostrando un improvviso impeto di libertà, si avvicinò alla staccionata e iniziò a scavare pesantemente a terra con lo zoccolo non ferrato.

Mia sorella insistette talmente tanto che alla fine decisi di assecondarla ad entrare nel recinto, a fare amicizia con quel cavallo solitario lasciato a guardia della collina. L’animale si mostrò rasserenato e ci accolse nel suo fazzoletto di terra ed erba, consumata dalla sua instancabile smania di muoversi. La ragazzina aveva una certa esperienza con i cavalli, e una certa capacità di comunicare con loro e farsi ben volere senza il minimo sforzo. Si avvicinò mettendogli una mano sul muso, posata dritta in mezzo agli occhi, sussurrando parole il cui senso è dato soltanto dal tono d’amore con cui vengono pronunciate.

“Penso che sia abituato ad essere cavalcato”, mi disse con un’espressione che alla richiesta implicita univa una voglia talmente reale e pura che non sarei mai riuscita a mortificare. “Sei sicura si riuscire a farlo senza una sella?”

“Non andremo di sicuro al galoppo, voglio solo vedere cosa ha da mostrarci questo cavallo”.

Il cavallo era di bassa statura nonostante la sua stazza, e non fu difficile per lei montare in groppa. L’animale se ne stava lì, mansueto, brucando l’erba più fresca appena fuori dal recinto.

Mia sorella mi tese la mano e in un attimo fui sul dorso del cavallo anche io. Non mostrava un minimo segno di fatica o di fastidio, abituato a portare carichi ben più pesanti accompagnando i pastori della transumanza, e a sopportare il peso della sua solitudine d’alta quota.

Continuammo a scendere, lentamente tra l’erba alta e i piccoli arbusti spinosi, dall’altro lato della collina. Ci allontanavamo sempre più dalla strada, e una miriade di piccoli sentieri vorticosi si apriva tutta intorno a noi. Riuscivo ad indovinare la strada percorsa dalle pecore e quella percorsa dalle acque del disgelo. Ogni tanto un segno su un tronco, una pietra numerata. Nessun’altra traccia del genere umano, se non quelle lasciate per non farsi rapire dalla natura.

La nostra passeggiata continuava scivolando nel vento di un mite pomeriggio d’ottobre. Ad un tratto l’andatura del cavallo si fece più decisa, le orecchie puntarono dritte verso una piccola costruzione che si iniziava ad intravedere sul pendio che lentamente sfumava in foresta e poi in roccia.

Salendo a fatica, con le pietre che rotolavano instabili ad ogni passo sul terreno ghiaioso, raggiungemmo quello che si rivelò essere un piccolo santuario.

Scendemmo da cavallo per esplorare la chiesetta abbandonata alle pendici della Majella, e con grande stupore scoprimmo che era aperta. L’interno era buio, colmo dell’odore di fiori secchi e strascichi di incenso attaccato alle pareti di pietra. Qualche panca in legno, un affresco raffgurante San Francesco.

Trovammo delle candele su un ripiano vicino l’abside, ne accendemmo una a testa per riuscire ad esplorare il tesoro che quel cavallo solitario ci aveva suggerito. Una piccola porta in legno si apriva proprio dietro l’altare, portando ad un’angusta stanza buia arredata con un giaciglio di pietra e una Bibbia. Non è raro trovare dalle nostre parti, sui monti abruzzesi, vecchi eremi abitati in tempi antichi da persone sagge, bramose di natura e purificazione.

Uscimmo dalla piccola stanza rocciosa e dalla chiesetta.

Vicino alla chiesa vera e propria c’era un porticato di costruzione relativamente recente, chiuso anch’esso da un cancello aperto. Mi sembrava tutto perfetto.

Da tempo desideravo distaccarmi dal mondo e immergermi nella compagnia della solenne montagna, lontana dalle esigenze della vita cittadina e dell’uomo cittadino. Iniziai ad immaginare il mio eremitaggio tra quelle pareti, il fuoco acceso sotto il porticato, gli animali selvatici che venivano a farmi visita. I lupi che avrei dovuto respingere con bastoni ardenti, e i cinghiali troppo goffi per riuscire a capire da dove si entrasse.

Avrei dormito nella chiesa, al risveglio sarei andata alla fonte vicina per rinfrescarmi e affrontare una nuova giornata all’insegna della scoperta pura, dell’ascolto, del contatto con la vera realtà: la natura. Senza telefono, senza connessione, ridendo al passaggio lontano di qualche motore sulla strada. Ogni tanto sarei passata a trovare il cavallo solitario per chiedergli se avesse qualche altra storia da raccontarmi.

Ci sarei tornata, subito dopo la laurea, per premiarmi dello sforzo di conformarmi alle regole del mercato.

Il sole iniziava a scendere e l’aria si faceva troppo fredda. Decidemmo di riportare il cavallo al suo recinto, ringraziandolo con un fascio di erba fresca. Per mia sorella fu molto difficile lasciarlo lì, e pianse finchè non scomparse dalla nostra vista. Tornammo a casa ammirando le gole che si aprivano in spazi sempre più ampi fino a regalarci la vista della nostra immensa vallata, circondata da torri e borghi fortificati, sentinelle della montagna.

Mi laureai, iniziò a nevicare, il tempo passò senza che potessi tornare a far visita alla mia natura, mi ritrovai in una metropoli, lontana, e i funghi che avevamo raccolto quel giorno non li assaggiai mai, perchè erano tutti velenosi.

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