6 Aprile 2009

Ore 3.32.

Il mio letto inizia violentemente a scuotersi, mi sveglio e mi accorgo che non è un sogno. L’intera stanza si deforma nel buio sotto una spaventosa scossa di terremoto. Mi alzo, è difficile persino stare in piedi, mia sorella dalla sua stanza urla, vado da lei brancolando, senza occhiali non vedo un granchè, la prendo per mano. Ci dirigiamo verso la camera di mamma, è immobilizzata nel letto, la tiro su a forza e ci ripariamo sotto quella che dovrebbe essere l’architrave portante del nostro appartamento.

I secondi passano, infiniti. La direzione, l’intensità e la forza del movimento cambiano, è come stare su un piatto che rotea su un bastoncino. Con un ultimo strattone secco, la scossa finisce. Mia madre non vuole uscire fuori, dice che si sente più sicura in casa, che non crollerà. Mentre, tra grida e corse giù per le scale, tutti gli abitanti del palazzo si riversano in strada.

Accendo subito la televisione, ero stata a L’Aquila fino alla mattina del giorno stesso. E se un caso non avesse voluto, sarei stata ancora lì fino al giorno successivo. Il sentore della tragedia imminente era nell’aria da mesi, le piccole scosse si susseguivano stremando gli abitanti, che tuttavia erano stati rassicurati dalle istituzioni sulla non gravità della situazione. Ma già la sera prima, la tensione era palpabile. La gente restava fuori in strada fino a notte tarda, per paura che il terremoto li cogliesse nel sonno, molti avevano già piazzato la loro tenda in giardino, molti erano già fuggiti lontano.

Le ore che seguirono furono orrende. Stesa nel letto, occhi sbarrati, osservo il lampadario che ogni tanto si muove per le scosse d’assestamento. Cerco spasmodicamente di chiamare i miei amici all’Aquila, tra le lacrime, per la paura di aver perso qualcuno di loro. Le linee sono intasate. Non si dorme.

In strada ancora rumori di urla, sirene, gente che scappa frettolosamente dalle proprie case. Alle dieci di mattina squilla il telefono. E’ Anna. E’ viva.

Il terrore della scossa avvertita a Sulmona non è che la minima parte di quello che è successo a L’Aquila. I giorni seguenti, i mesi seguenti, sono stati una macabra sfilata di racconti di fughe impossibili, di persone che si sono scavate la strada fuori dalle macerie, strutture deformate dalla violenza del movimento tellurico che rendeva difficile persino centrare la porta da cui scappare. E la tragedia della casa dello studente, le 309 vittime, le bugie della politica, lo scandalo di Impregilo e della Protezione Civile.

Le strade deserte della città, ancora oggi ferma in molti punti alle 3.32 del 6 Aprile 2009. Andate a visitarla se potete. Non c’è nessun posto simile al mondo. Nessun posto più vicino alla morte, quanto vicino alla rinascita. E’ una terra di nessuno, e potrebbe essere la terra di tutti.

I soccorsi alacri, la voglia degli aquilani di vedere la loro città risorgere, la tenacia degli studenti tornati ad abitarla. Una scossa che avrebbe dovuto svegliare e far incazzare l’intero paese, perchè dalle profondità della terra è salito il marcio di un grande primo scandalo che ha visto coinvolte politica, edilizia, media e vite delle persone. Persone che sono morte.

Non dimentichiamolo.

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5 risposte a 6 Aprile 2009

  1. Veronica Adriani ha detto:

    Da Roma il terremoto si è sentito solo in parte: anche io mi sono svegliata nel sonno, e così i miei familiari. Di commenti di amici abruzzesi ne ho sentiti tanti, ma l’unica cosa che mi ha dato davvero il senso di quello che era successo quella notte è stato tornare lì lo scorso anno. E’ stato vedere L’Aquila deserta, abbandonata, con le vetrine ancora ferme al 2009. Vedere le case coi portoni spalancati, abbandonate pure loro, e le crepe nelle pareti che si vedevano dai vetri rotti delle finestre. Vedere la cattedrale, che di storico, fra quei tiranti gialli e le colonne spaccate, ormai aveva ben poco, se non la facciata immacolata, che sembrava resistere all’orrore dell’interno.
    So che quello che dico può sembrare retorico, fintamente “sentito”, ma vedere L’Aquila trasformata in una città morta è stato un colpo anche per me, che non sono abruzzese, ma conosco bene l’Abruzzo.
    Un solo dubbio, mi resta: a tutt’oggi, ancora non mi spiego come si possa dare fiducia in cabina elettorale a chi su quella tragedia, tra “proposte di campeggio” e promesse palesemente impossibili, ha speculato in modo vergognoso.

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    • Erika Giambattista ha detto:

      Purtroppo chi non vede di persona, come hai fatto tu, dimentica facilmente, troppo facilmente. E’ una sensazione che toglie il fiato e getta in confusione, tanto sembra irreale camminare per le vie della città, è una sensazione forte, non vedo retorica nelle tue parole!

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  2. brux ha detto:

    Ho origini abruzzesi, della Valle Roveto.
    Da bambino, quando d’estate non sapevamo che fare, prendevamo la macchina il pomeriggio, e andavamo a fare “lo struscio” con i miei genitori a L’Aquila. Ancora ricordo che bell’aria si respirava, una città piena di vita, di giovani, Mi ricordo una volta che comprai un frisbee davanti a Collemaggio, e lanciandolo per la prima volta presi in pieno un vecchietto, che si incazzo come una bestia.
    Qui a Roma il terremoto s’è sentito molto meno che a Sulmona. Mi ricordo di quella notte il terrore di quei secondi, ma ancora di più quel minuto di silenzio in casa mia quando il moevimento era finito. Nessuno di noi aveva la forza di parlare, di chiedere se eravamo ancora tutti interi.
    Ed eravamo a 100 km di distanza da dove gente è morta.
    Un mio amico s’è salvato per caso. Era rientrato da poco alla casa dello studente da una serata di bisboccia. S’è salvato perchè s’era fermato all’entrata a fumare una sigaretta.
    Ricordo l’ansia del giorno dopo, di sapere se tutti quelli che conosci respirano ancora o stanno sotto qualche maceria.
    Ma più di tutti, penso che niente potrà cancellarmi quattro cose in particolare:
    1) riuscii a prendere il coraggio di andare a vedere che era successo coi miei occhi il mese dopo il terremoto. E niente potrà farmi dimenticare il silenzio. L’intera città, nonostante brulicasse di macchine, di mezzi di soccorso, di polizia ed esercito, era silenziosa. Non aveva più niente da dire. Quel poco che aveva ancora da dire, lo diceva con le finestre delle case: o erano chiuse, o erano aperte, lasciando all’occhio di chi passa tutti i danni dentro le case.
    2) tornando a casa mi fermai a fare benzina sull’autostrada, all’autogrill che sta a fianco del centro commerciale L’Aquilone. Ricordo quella miriade di tende blu, a perdita d’occhio. non c’era nessuno che girasse tra una tenda e l’altra. E ricordo che dagli altoparlanti della tendopoli si sentivano le note di “La Vie en Rose”, di Edith Piaf: “Il me dit des mots d’amour/Des mots de tous les jours/Et ça me fait quelque chose/Il est entré dans mon coeur/Une part de bonheur/Dont je connais la cause”. Una dichiarazione d’amore all’Aquila che per me fu un vero pugno nello stomaco.
    3) l’estate successiva, tornavo da una gita sul Gran Sasso con mia madre. Scendemmo da Castel Del Monte, e giu verso Poggio Picenze e da li L’Aquila. Girando arrivai davanti al duomo di Paganica. E vidi con i mei occhi quell’immagine che avevo visto tante volte in TV. Mi ricordo che scesi dalla macchina, rimanendo appeno allo sportello mentre guardavo quella facciata. Chiusi lo sportello, mi sedetti su una pietra, e iniziai a piangere come un vitello, senza riuscire a smettere.
    4) Parecchio tempo dopo, quando aprirono finalmente il centro, passeggiai li. E vidi come l’orologio davanti al negozio delle sorelle Nurzia s’era fermato alle 3:32. Come i negozi ancora portassero i cartelli dei saldi del 2009. Di li a poco vidi una scritta su un muro: “L’Aquila è morta”. E sotto, qualcuno che aveva aggiunto “Zieta è morta!”.

    Ancora oggi spero chi ha scritto quella seconda frase abbia ragione.

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    • Erika Giambattista ha detto:

      Il tuo racconto mi ha fatto venire la pelle d’oca.
      Sono stata a L’Aquila a febbraio l’ultima volta, posso dirti che gli aquilani sono vivi e tenaci come sempre, ma la città fatica davvero a ripartire.
      Il centro è ancora per la maggior parte chiuso, le impalcature si sono fatte più grandi e definitive, infatti ora c’è il problema della manutenzione delle stesse più che della ricostruzione. Penso che la città resterà immobilizzata ancora per parecchio tempo, tra burocrazia, fondi che spariscono, lavori affidati con dubbi criteri e incapacità della politica.

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  3. Erika Giambattista ha detto:

    L’ha ribloggato su Una come tantee ha commentato:

    Il ricordo del 6 Aprile 2009 è sempre vivo. Come non lo è la città: L’Aquila continua a riposare sotto le sue macerie. E mi sono commossa ancora una volta guardando il video dei ragazzi della scuola di cinema della città che ripercorrono la storia dell’Aquila dopo quei secondi terribili http://www.dompe.com/progetti-e-iniziative/362_332-laquila-ricorda.html#.U0FXL9-szQp

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