Del sushi all’uranio, grazie.

Dovrebbero dirtelo. Che ti dovevi arrampicare tra i labirinti del comune tra sale affrescate e scale che portano ad altre scale.

Dovrebbero dirtelo che il sole di maggio spacca le pietre come un martello pneumatico. E tu sei lì con la tua giacca e la tua faccia migliore, la tua faccia affidabile, la faccia istituzionale.

Dovrebbero dirtelo che questa conferenza è fatta di una tavola rotonda, di una donna con i capelli neri striati di neve del Fuji, che indossa un kimono da cerimonia insieme alla sua riservatezza giapponese, in mezzo a uomini in maniche di camicia ed ai loro sguardi inquisitori, e a donne sopra i cinquant’anni nei loro tailleur griffati, ed i loro occhi truccati, e chili di anelli alle dita ed ai lobi e ceroni intorno agli occhi. Maschere.

Mentre tu sudi, madida con la fatica delle scale addosso, e dei grandi eventi, e delle bandiere appese ai muri ed ai soffitti dipinti. E senti gli sguardi di scherno e i ghigni sommessi segnarti come fuori posto mentre, penna alla mano, fai quello per cui sei lì: scrivere, documentare, raccontare. Scivoli sulla carta ed è là che ti trovi davvero, tra le parole dette, non tra le supposizioni né tra le ipocrisie, di fatti si parla. L’anulare ed il mignolo già neri d’inchiostro mentre raccontano di edifici che non crollano e di gente che muore sotto le radiazioni. E loro che non sono lì per scrivere, ma per sentirsi dire quello che vogliono sentire per addobbare la polemica, per nutrire la fiamma della democrazia dando ad una semplice donna con il kimono la responsabilità di farsi portavoce del bene e del male. Secondo lei.

“Secondo lei il nucleare è giusto?”. Parlavamo di sushi, e di ciliegi in fiore. Chiedete come mai si abbattono disgrazie sugli uomini mentre il vostro stomaco reclama insistentemente del buon sashimi. Ma lei chiosa, è giapponese, risponde educatamente, con il sorriso imbarazzato di chi cerca il compromesso:  “Abbiamo creato qualcosa che non si può controllare”. Polemica servita, sorrisi compiaciuti.

Di nuovo fuori nell’aria, fuori di là, tra quelli che passeggiano senza cercare la miccia da accendere. Tra quelli che non si fanno troppe domande, che il 12 Giugno non voteranno e non ascolteranno la donna con il kimono dare dei consigli di scienza. O che voteranno tappandosi il naso, senza comprendere la reale entità di quella croce sul foglio. Tra quelli che ascoltano gli uomini in maniche di camicia che dispensano buonsenso. Che ora cercano una borsa nuova e non pensano che nel frattempo, in qualsiasi parte del mondo, la gente soffre, o lotta, o aspetta qualcuno a cui dare ragione, o desidera un sushi preparato a regola d’arte.

Un uomo in bicicletta, calvo sulla quarantina, sudato anch’egli, frena bruscamente in mezzo al ponte, tra il frastuono degli autobus e di gente che annaspa nell‘afa. “Posso farti un complimento? Sei veramente deliziosa.” Boom. Tutto cambia colore, i saloni affrescati si allontanano trascinati dalla corrente dell’Arno che diventa cristallino,  gli alberi come smeraldi danzano al vento e tutto risplende. Fuori di là.

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