Par Giordano Bruno

C’è un rimedio alla noia? Pensava. Mentre seduta alla finestra fumava l’ultima sigaretta della giornata. Nelle strade il ghiaccio avvolgeva le strade. Non poteva turbare il sonno della casa. Sicuramente la signora del piano di sopra, che guardava ad occhi chiusi un telefilm non avrebbe gradito il suono delle corde pizzicate a ritmo di danze antiche. Sicuramente il gatto, che poltriva sul letto, sarebbe stato trasportato dalle sue orecchie fini in una dimensione più consona al suo udito, su quelle note.

Dubbi. Guai se ogni attimo fosse solo giusto, o solo sbagliato. Guai se un’etichetta fosse affissa su ogni gesto, ogni parola, ogni volto. C’è un rimedio alla noia: esplorare qualsiasi mondo con la fantasia, immaginando di poter essere dovunque, con chiunque, in qualsiasi momento.

Provò a scrollare il suo cuore imbiancato e guardò fuori dalla finestra. Qualche pettirosso si aggirava ancora sui davanzali alla ricerca di cibo, qualche automobile rompeva il silenzio della notte scricchiolando sull’asfalto grumoso. Forse quasi tutti ormai erano cullati dai sogni.

Provò a guardare più in alto. Tra le stelle. Eppure anche lì, tra l’infinito sconosciuto, tra i punti di luce ardenti, tra le estreme propaggini del nulla, si sentiva grande, si sentiva forte e viva e rinchiusa in un angolo di universo che voleva cambiare.

Il gatto emise un dolce brontolio e si girò dall’altra parte, in segno di sdegno verso i suoi pensieri presuntuosi. Non era sicuramente da meno, quando pretendeva di essere grattato dove e come voleva. Ad ognuno il suo. A lei non interessava essere assecondata in quel modo capriccioso. Certo, stava bene nella sua calda casa, ma una certa spinta verso l’ignoto con la abbandonava mai.

E di bastonate ne avrebbe prese, di briciole ne avrebbe raccolte, di scontri ne avrebbe cercati, se non fosse impegnata dal tempo a raggiungere determinati traguardi.

Con la forbice in mano se ne stava sulla linea d’arrivo, ed il nastro era ormai logoro e consumato dalle carezze di chi dall’altra parte lo percorreva promettendo la fine del dubbio. Così, placidamente, chiedevano di seguire una scansione determinata, di affrettare le scelte irreversibili, di scegliere di far parte o meno di quell’angolo remoto del cosmo.

Gli uomini hanno preso l’arguta decisione di sottostare a pressioni su misura, quando già reggono quella dell’universo sulle spalle. La prepotenza di pensare di essere il centro di un fantomatico mondo, la chiave di una fantomatica volta, la risposta al bisogno d’ordine che crea scompiglio nell’ordine del caos. Così gli uomini si dimenticano di vivere e allungano gli occhi su distanze minuscole. In un verso o nell’altro si finisce sempre nel vuoto. L’assenza. La materia che si disgrega e si espande in mondi immensi, e si disgrega mentre si concentra in mondi puntiformi.

Quello era il suo posto e non aveva pretese di spiegarsi il perchè. Tutti i condimenti, tutte le richieste e le linee tracciate nel buio le sembravano così superflui, così poco attraenti, così privi di domande e di risposte. Un tipo di vuoto diverso, quello dell’artificio. Della costruzione, della convenzione, della costrizione e della convinzione.

Già si sentiva più leggera, con gli occhi riempiti di notte accecante. Le sagome più nitide, le menzogne più opalescenti. Ogni cruccio terreno, ogni dolore della carne, ogni illusione mondana sempre più distante. Decise che sarebbe uscita a fare due passi. Ad ascoltare i mormorii dell’inverno, sotto la luna del 17 febbraio, un venerdì.

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