La Prima Seduta

“Plego, entla.”
Un uomo basso, quasi completamente calvo, insolitamente olivastro per essere
giapponese, mi apre la porta. La sua faccia morbida, dai lineamenti penduli accompagnati
e sorretti dalle rughe, è profondamente icastica e mi sta dicendo: finalmente sei nel posto
giusto. Per quello che ne so, è un grande maestro della medicina orientale, dicono che
abbia quasi cent’anni e conosca segreti tramandati dall’alba dei tempi. Come ci sono
arrivato qua, in questo sottotetto bianco inondato di luce, pulito e profumato, è quanto più
distante dalla clandestinità della situazione.
È stato il mio capo durante l’ultimo viaggio di lavoro a passarmi il biglietto da visita di
Shirogaki, alla fine di una lunga conversazione sui nostri malesseri di uomini d’affari. La
vita sedentaria, lo stress da prestazione, l’incombenza delle scadenze: le mie spalle ormai
fanno da gruccia al corpo che, nonostante i soli trentacinque anni, inizia a collassare su se
stesso. La palestra non mi piace e la grande città in cui vivo ha preferito il cemento ai
parchi. Il sesso non manca, ma anche quello si sta smosciando a causa dei miei dolori
lombari, con grande rammarico di lei, che mi ha spinto vivamente, entusiasticamente, in
pratica mi ha messo sull’auto e mi ha spedito qui, sperando di trovare al mio ritorno una
rinnovata e aumentata potenza.
Mah. Staremo a vedere.
“Plego plego, glazie. Qui c’è sedia, tu aspetta, ola allivale.”
Entro e mi accomodo nel salottino d’attesa. Insomma, mi aspettavo un ambiente zen,
fontane, bambù ovunque, menate su chakra, yin e yang, invece sul tavolo mi trovo Donna
Moderna, Di Più TV e Panorama. Ciò mi da da pensare sulla clientela del posto.
Guardo il telefono, c’è un messaggio di mia moglie.
“Allora? Sei entrato? Come va? Non vedo l’ora che mi racconti tutto.”
Lo spengo senza rispondere. Evidentemente la mia dolce metà ha scambiato una seduta
di agopuntura per un massaggio thailandese di venti minuti. Mi sa che ci vorrà molto più
tempo.
La porta dello studio si apre ed esce una ragazza giovane, chiaramente giapponese, con i
capelli lunghi viola e tre piercing tra labbra, naso e sopracciglia.
“Prego si accomodi su quella poltrona”. Parla un italiano perfetto, senza accento.
“In questa prima fase della seduta misureremo i suoi livelli energetici per capire dove e
come intervenire, si tolga le scarpe e posi i piedi su questo sgabello. Io sono Myoko,
assisto mio padre nel caso sbagli qualche colpo, sa ormai, con l’età che avanza.”
Terrore, sgomento, improvvisa secchezza delle fauci. Lei scoppia a ridere.
“Ah! Ci cascano tutti. Sono una geologa, in poche parole qui faccio la segretaria. La mano
di mio padre è ferma come una roccia. Forse più dura, dato che riesce a spaccarle senza
fatica, le rocce.”
Che tipa. Chiaramente una ragazza tosta, sfacciata, estremamente schietta.
“Voi italiani siete sempre così diffidenti verso le culture diverse, e ancor più verso la
medicina. Vi accontentate di ingollare tutte quelle merde che vi passano le case
farmaceutiche e finite per indebolirvi e ammazzare la capacità del corpo di guarirsi da
solo. L’uomo occidentale si comporta così in genere, ma in Italia avete anche la
presunzione di essere comunque nel giusto. Vedrà, rimarrà sorpreso, ma dovrà metterci
del suo, nessuna cura funziona senza l’aiuto di una mente ferma e convinta.”
“Dovrò concentrarmi a pieno per convincermi che questa cosa funzioni. In realtà non uso
molti farmaci, ma credo che lo stile di vita che sto facendo mi stia letteralmente
consumando.”
“Vede, che le avevo detto. Come se il suo stile di vita le piombi addosso senza avvisare,
come se non avesse più il controllo sul benessere della propria vita. Così è facile affidarlo
agli altri, ma anche dannoso. Mentre aspettiamo il maestro cerchi di pensare che in realtà
tutto dipende da lei.”
Penso agli aerei, alle coincidenze, alle acquisizioni, ai palazzi, ai taxi, lo smog, il traffico.
Me li sento tutti addosso protervi, imperterriti, autoritari. Sento i polmoni che puzzano, sì,
sento l’odore dei miei polmoni. Tossico. Tossisco.
“Vedo che inizia a capire.”
“Cosa mi farete?”
“Aiuteremo l’energia a impossessarsi del suo corpo.”
Beh, l’idea pare allettante. Forse in Dragon Ball non erano proprio tutte cazzate.
Il vecchio entra nella stanza portando in mano quello che sembra un magnetometro,
prende un pennarello e inizia a segnare dei punti sui miei piedi nudi e sugli stinchi, poi
sulle mani fino agli avambracci.
“Ogni punto corrisponde a uno snodo energetico e quindi a un organo. Misureremo
l’energia di ognuno di essi, individuando carenze o eccessi.”
Tutto sommato risulto equilibrato, eccezzion fatta per la vescica e la testa. Anche lo
stomaco è un po’ affaticato, ma lo sapevo già: prima di venire ho mangiato lasagne
riscaldate, fatte da mia madre che ha sposato il colesterolo nella buona e nella cattiva
sorte.
“Ma io ho mal di schiena, principalmente.”
“Se schiena non va bene, testa non va bene. Schiena legge testa”, dice in tono solenne il
maestro Shirogaki, puntandomi l’indice in mezzo alle sopracciglia.
Non fa una piega.
“E la vescica?”
“Tu no dolme bene, tu è come stale semple in piedi. Stless.”
Almeno sull’analisi iniziale sembra averci preso.
“Plego venile stendele, glazie.”
Ci avviamo verso la porta aperta su un’anticamera vuota, arredata con un tavolino basso
su cui poggia un grosso orologio digitale. Segue un’altra porta arredata a mo di
ambulatorio, con lettino e paravento. Il vecchio si avvia verso la parete e inizia a spingerla,
è scorrevole. Cela dall’altro lato un laboratorio dal soffitto spiovente, senza finestre,
illuminato da una lampada da tavolo bianca.
Mi aspetta un pantaguelico banchetto apparecchiato ad aghi dai più innocui e sottili ai più
grossi, spessi, lunghi e lucenti come katane.
“Tu no pleccocupare, questa plima volta, usale solo piccoli foli. Ola togliele vestiti e
sedele.”
Mi spoglio e mi siedo sul lettino. Il maestro inizia a segnare altri punti con il pennarello,
ovunque: gambe, braccia, piedi, schiena, pancia, ovunque. La punta del mignolo. No! La
punta del mignolo no!
“La punta del mignolo?”
“No pleoccupale. Solo un attimo.”
Ma solo un attimo per cosa? Myoko dove sei?
Finita la mappatura prende un ago, inizia a picchiettare punto per punto. Arriva alla punta
del mignolo, è un attimo in cui le porte del cosmo mi si aprono e vedo tutte le stelle del
sacro firmamento. Urlo dal dolore.
Sento la ragazza di là che se la ride. Sono spacciato.
“Ola tu plonto, stendele.”
Il maestro sprimaccia un po’ il cuscino e batte con la mano sul materasso invitandomi ad
allungarmi.
Inebetito dal dolore acuto e lancinante mi stendo. Il giapponese mi infila sei aghi in
ciascuna gamba, otto sull’addome, quattro su ciasun braccio, tre su ogni mano e piede, tre
sotto il collo e infine uno sulla prima vertebra cervicale. Sono terrorizzato da quest’ultimo.
“Ma posso appoggiarmi?”
“Si tutto bene, appoggia. Ago infilato molto dentlo, no muvele.”
Bene.
Entra anche Myoko, ciangottano qualcosa tra loro.
“Ora collegherò ad ogni ago un elettrodo. Positivo se il punto deve essere stimolato,
negativo se il punto deve essere sedato. Devi restare elettrizzato per almeno quindici
minuti. Forse sentirai un leggero formicolio, oppure niente. In ogni caso cerca di stare
rilassato.”
La ragazza inizia a collegare gli elettrodi. Mi vengono in mente un po’ di domande sulla
tecnica dell’agopuntura ora che lo stordimento da puntura del mignolo lentamente mi
abbandona.
“Ma scusa, se la tecnica è millenaria, come si faceva prima senza elettricità?”
“Domanda intelligente. Prima il maestro girava tutti gli aghi a mano, in un verso o nell’altro,
ogni venti minuti circa. Le sedute duravano ore, anche giorni. Ora ti faccio anche
l’artemisia, cioè apro tutti i canali energetici al punto di incontro dei meridiani, esattamente
in cima al tuo cranio. Ti farà un po’ male ma ne vale la pena.”
Attiva gli elettrodi e inizio a sentire un leggero formicolio per tutto il corpo, poi prende
quello che sembra un candelotto e lo scalda con l’accendino fino a renderlo
incandescente. Infine mi posa una pietruzza sulla sommità del capo, la incastra nel cuoio
capelluto e inizia a scaldarla con il candelotto.
“Dimmi quando ti brucia così tanto da non riuscire a sopportarlo.”
Andiamo bene.
Il calore inizia lieve e poi cresce cresce fino a diventare un’esplosione, la testa si irradia di
fuoco che scivola fino alle punte dei piedi e poi torna su. Sento l’energia che effettivamente
passa nel mio corpo. Scorre fluida, gorgoglia.
“Va bene, basta.”
“Ora ti chiudo dentro per circa mezz’ora, non toglierti gli aghi per nessun motivo, respira,
rilassati, pensa alle onde del mare.”
Myoko esce dalla stanza, chiude la parete mobile, chiude le due porte a chiave. Li sento
ancora parlare per poco, poi mi lascio cullare dalle onde di energia che mi attraversano il
corpo.
Non so quanto tempo sia passato ma mi sveglio bruscamente al suono insistente del
campanello. Myoko risponde e poi dice “Lo studio è chiuso, andate via”.
Mi concentro un momento per capire cosa sta accadendo.
“Signorina, è la finanza, mi lasci entrare.”
“Non abbiamo fatto niente, siamo autorizzati ad essere qui, voglio il mio avvocato.”
“Mi lasci entrare e ne parliamo.”
La porta si apre. “Senta, mio padre è anziano, sia gentile. Non stiamo facendo niente di
male, il medico che ci affitta lo studio lo fa nella piena consapevolezza e convinzione della
bontà delle nostre cure.”
“Esiste una cosa che si chiama legge qui in Italia, signorina. State somministrando cure
non riconosciute in maniera abusiva, non è tollerabile. Dovete venire con noi in caserma.”
Sento le porte che si aprono, il finanziere sposta qualche mobile, rovista tra le carte.
“Bene, se volete seguirmi.”
I tre lasciano lo studio. Quanto tempo è passato? Come faccio a saperlo, come faccio a
togliermi gli elettrodi? Non ho nemmeno il telefono con me. Sono intrappolato, attaccato
all’elettricità con decine di aghi infilati nel corpo, che non posso togliere, per giunta.
Ma almeno, penso di poter scollegare gli elettrodi.
Rassegnato e consapevole della mia impotenza, decido di stendermi ancora per un po’. In
fondo sono stato fortunato, posso elettrizzarmi gratis quanto voglio, e alla fine non dovrò
nemmeno pagare la seduta se questi finiscono in galera. Poco male. Prima o poi qualcuno
mi darà per disperso e verrà a cercarmi.
Passa forse mezz’ora, stacco l’elettricità e mi stendo di nuovo. Passano ore, non so
quante, dormo, ringrazio per questo tempo gratis che non devo vendere a nessuno, inizio
a pensare che, in effetti, tutta quella sensazione di crollare che avevo avuto negli ultimi
tempi era data dal fatto di essere sempre in balia dei bisogni degli altri, finalmente sento di
nuovo il mio corpo e sento che è davvero forte e giovane: lui da solo può sorreggere il
mondo.
Passano ancora ore e sento la porta dello studio che si apre, poi qualcuno sposta la
parete. Entra un ragazzotto corpulento, massimo venticinquenne, giapponese anche lui,
con un’espressione trafelata.
“Sono desolato, non avremmo mai pensato che potessere succedere qualcosa del genere.
Mi dispiace tantissimo, mai accaduto in tanti anni di professione. Mio padre è una sorta di
santone, ma forse qualcuno ce l’ha con lui, mi scuso a nome di tutta la famiglia.”
Unisce i palmi delle mani e si inchina.
“Si va bene, lasci perdere gli inconvenevoli,non fa niente. Ti dispiacerebbe togliermi
questa roba di dosso?”
“Oh, certamente, mi scusi, mi scusi tantissimo!”
Il ragazzo mi sfila tutti gli aghi, pulisce i fori con del cotone imbevuto di lozione al loto.
Mi alzo, vomito copiosamente sul pavimento.
“Signore signore, come sta? Posso prendere un bicchiere d’acqua?”
Mi pulisco la bocca sulla carta del lettino.
“No no grazie sto bene, voglio solo andare via.”
Raggiungo i vestiti e li indosso in fretta. Mi siedo per allacciarmi le scarpe, rialzandomi un
altro conato, vomito di nuovo. Faccio due passi, vomito di nuovo.
“Che cazzo…!”
“Può succedere signore, era la prima volta che veniva qui ed è stato trattato per troppo
tempo, il malessere dovrebbe passare entro qualche ora, vuole restare qui?”
“No no ce la faccio, chiamerò un taxi.”
“Posso riaccompagnarla io.”
“Pensa a pulire tutto qua, mi sa che ci vorrà un bel po’, arrivederci e tante care cose. In
bocca al lupo con la guardia di finanza, spero non passerete i guai.”
“Grazie mille, ci faccia sapere come sta e se nota qualche risultato.”
In fondo ce la faccio anche a guidare, prendo la macchina e mi infilo in un traffico
scorrevole, pigro al tramonto, un traffico rilassante. Non posso credere di aver appena
pensato questa cosa, accendo un po’ di musica. Quant è bella la musica. Diamine, anche
questo viale alberato è meravoglioso. Che pace.
Arrivo a casa facendo quattro piani di scale a piedi, apro la porta e mi accoglie un
delizioso odore di arrosto, forse zuppa ai cereali e birra cruda. Mia moglie sta ascoltando
del jazz di Coltrane, stesa sul divano che beve birra dal boccale di terracotta smaltata che
le piace tanto.
“Ah, sei tornato. Allora come è andata?”
La guardo a fondo, il mio cervello si scollega, non rispondo: i vasi sanguigni si ingorgano,
mentre nei pantaloni mi esplode una portentosa erezione.

La Prima Seduta partecipa al concorso “Rarestorie” su DudeMagazine.

Questa voce è stata pubblicata in Soffitta e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...