Un pezzo di carne

Il supermercato all’angolo della piazza era sempre molto affollato il sabato pomeriggio. Il momento meno adatto per fare la spesa, quando tra bambini urlanti nei passeggini, mamme stressate e anziani che fanno acquisti troppo pesanti per i loro corpi consumati, si creano immense file alla cassa, dove le addette stanno attente a maneggiare con cura le bottiglie di passata per non rovinarsi la manicure appena fatta. Angoli di delirio e caos, nei seminterrati dei palazzi.

Proprio quello era il momento in cui si infilava tra gli scaffali, apriva le confezioni dei cibi pronti, un po’ li mangiava per placare l’appetito che gli divorava lo stomaco, un po’ li infilava nella felpa larga, nei pantaloni, nelle pieghe della carne.

Aveva imparato come staccare le etichette ed evitare il rilevatore di furti. Riempiva il suo zaino di tutto ciò che gli occorreva, si avvicinava all’uscita d’emergenza e forzava il maniglione antipanico, un attimo prima che scattasse l’allarme gettava sul marciapiede il bottino e poi si dileguava. Tra gli ululati delle sirene e la gente disorientata, sfilava come un ombra verso l’uscita senza acquisti, rifocillato e soddisfatto.

Conosceva i tempi al millesimo, i movimenti dei commessi e dei magazzinieri, i punti bui del sistema di sorveglianza, gli orari del direttore.

Qualche volta passava per la cassa come un normale cliente e pagava in buoni pasto. Ne riceveva due alla settimana, a volte tre, quando in ufficio si facevano le ore piccole per brindare a un’acquisizione ed era costretto a passare il venerdì a smacchiare le poltroncine dallo champagne e dal paté d’oca.

Viveva in un appartamento di cento metri quadri che condivideva con altre quattro persone. Un bangladese che vendeva collane di pietre pazze, un’impiegata di fast food obesa e nevrotica, un disoccupato tossico che riusciva non si sa come a farsi mantenere dai genitori, e un cinquantenne divorziato a cui era rimasta soltanto la sua ventiquattr’ore e qualche completo di lavoro alla buona con gli orli cuciti e le asole consumate.

La casa si trovava in un quartiere popolare, al quindicesimo piano di un palazzo fatto di lunghi corridoi bui e televisori a tutto volume. Ogni tanto qualcuno si suicidava dal tetto, o l’eroinomane di turno moriva all’ombra delle colonne dei garage.

Rincasava sempre sul tardi, tra le figure che si aggiravano per le strade in cerca di consolazione o per darne a pagamento. Seguiva il rumore dei suoi passi mentre scivolava per le strade che dalla fermata della linea suburbana in superficie lo portavano al suo palazzo color mattone. Il quartiere non offriva molto, se non quel supermercato sudicio e un parco giochi devastato dalle erbacce e dall’umidità.

Ogni settimana c’era il mercato con gli ambulanti da ogni parte del paese, che sul bancone esponevano ortaggi o utensili per la casa, ma bastava sollevare le tavole per trovare il vero traffico di beni sottratti al libero commercio dal monopolio di stato.

Le carni, conservate senza precauzioni, erano il regno di batteri e putrefazione. Ma gli stanchi volti pallidi degli operosi abitanti di quei formicai stagliati contro il cielo grigio preferivano combattere anemia e debolezza avvicinandosi un passo in più alla morte, invece di scegliere alimenti alternativi ma altrettanto nutrienti.

Una volta posto il divieto sul commercio libero della carne, quando la licenza per venderla costava più di una casa e il prezzo per comprarla avrebbe costretto molti a vendere la propria, si accese la fame carnivora di quanti fino a quel momento avevano dato per scontato la sua disponibilità.

Molti avevano provato a mangiare il proprio animale domestico, ma i fautori del proibizionismo avevano proceduto al censimento casa per casa, alle perquisizioni, alle soppressioni di massa degli animali randagi. Gli animali riconosciuti venivano impiantati con un microchip, che smetteva di trasmettere nel caso l’animale smettesse di vivere. Non solo, il sofisticato impianto rilevava le cause della morte, monitorava battito cardiaco, pressione, contenuto del sangue. Sapevano se un cane era malato, o se era stato sgozzato per farne un bollito la sera di Natale.

Quella mattina era perfetta per mettere a segno il suo più grande colpo. Sospeso da lavoro per aver rifiutato di gettare gli avanzi di un arrosto nella spazzatura, in attesa di giudizio aveva, per così dire, il giorno libero.

Salì sul primo treno, un carro bestiame. Si fermò nello spazio tra un vagone e l’altro, con la faccia schiacciata contro il finestrino, l’alito del suo vicino sul collo, l’ascella sudata di un ragazzotto sudato incastrata su una spalla. Stipati così in un treno vecchio e cigolante, andavano tutti a posizionarsi nelle loro caselle, timbravano il cartellino, sudavano fatica, tornavano a casa nei vagoni di terza classe.

Un furgoncino bianco nel traffico catturò la sua attenzione. “Pippo Felice” diceva la scritta su una fiancata, “Servizi di Cremazione per Animali Domestici”. Guardò il conducente. Forse il nome della ditta era una smaliziata ammissione del vizio dei suoi impiegati, oltre che la promessa del nirvana per cani.

Erano i passeggeri di quel treno la vera carne da macello, ormai. Le natiche di una signora sulla sessantina si piantarono dritte sul suo muso, mentre veniva spinto giù dal gradino vicino alla portiera del treno. Erano come animali, come vacche, ma con l’aggravante del pudore e della vergogna nel respirare gli umori altrui.

Scese dal treno e si avviò verso il supermercato. Lo aveva osservato e studiato a lungo, era riuscito a rimediare uno dei camici da magazziniere in cambio di dieci buoni pasto. Sapeva come entrare e come uscire. Il supermercato era dotato di una grande macelleria, uno dei più grandi rivenditori della città. Col fiorire del mercato nero e l’affidabilità dei portafogli dei clienti, si erano preoccupati poco delle misure di sicurezza. Chi poteva permettersi la carne avrebbe varcato la soglia, con il suo pass di riconoscimento, gli altri avrebbero desistito senza ulteriori esortazioni.

Sapeva che per dieci minuti al giorno l’entrata del magazzino rimaneva incustodita. Al cambio del turno, un’addetta al magazzino in dolce attesa staccava dieci minuti prima per andare in bagno a mangiare prosciutto in segreto, per vomitarlo subito dopo. Usava i bagni chimici fuori dalla struttura, lasciando la porta socchiusa.

Si infilò nel magazzino e lo percorse stando attento alle telecamere. Arrivato tra le file di barattoli, lasciò scivolare la mano distrattamente e rovesciò un intero scaffale di crema di fegato. Lo scandalo fu immediato, tutti gli addetti del supermercato accorsero sul luogo del delitto con le lacrime agli occhi, gli altoparlanti richiesero l’arrivo tempestivo della ditta di pulizie.

Un camice bianco si defilò dalla folla dirigendosi verso la macelleria. Prese un pacco di buste termiche, iniziò dalle lombate di manzo, poi le costate di maiale, i bocconcini di agnello, le bistecche di cavallo. Aveva ancora pochi minuti prima che la donna in pausa uscisse dal bagno.

Sentì uno stridere di coltelli alle tue spalle.

Aspettò prima di voltarsi. Cercava un oggetto per farsi scudo, una lama da scagliare contro il suo inquisitore, ma fu troppo lento. Una mannaia si abbatté sul suo collo.

“Siete voi la vera carne da macello”.

Furono le ultime parole che riuscì a sentire. Poi morì.

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3 risposte a Un pezzo di carne

  1. marinz ha detto:

    Cavolo… mi hai tenuto incollato fino alla fine a questo racconto… bello e crudo … forse un futuro sarà così

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    • Erika Giambattista ha detto:

      Spero sinceramente che si aprano scenari meno pessimisti, ma la riflessione sul consumo eccessivo di carne e sulla vita degradante che alcuni uomini sono costretti a fare per stare al passo con il sistema mi ha portato a questo. Grazie, sono contenta che ti sia piaciuto!

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