Per cambiare ci vuole fiducia (e azione)

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Noi siamo il cambiamento, ci viviamo dentro, lo attraversiamo. Non come i nostri genitori che si sono trovati catapultati nella crisi delle certezze, nell’era post industriale e post materialista dovendo rivedere tutti i principi che avevano ispirato la loro educazione e le loro ambizioni.

Le aspettative nei confronti della vita vent’anni fa erano completamente differenti.

Casa di proprietà, famiglia, lavoro, automobile, vacanze estive. Noi oggi abbiamo altro. Altre priorità, ma soprattutto un’altra realtà: fluida, imprendibile, che ci trascina nella corrente.

Dobbiamo reinventare noi stessi ogni giorno e adeguarci al cambiamento continuo ed ininterrotto che ci circonda. Non ci bastano più le certezze, poiché non siamo noi a renderle tali, ma il mondo a metterle in discussione, rivoluzione dopo rivoluzione. Abbiamo bisogno di consapevolezza riguardo al potere nelle nostre mani, piuttosto.

Partiamo dagli esempi più banali ma radicalmente innovativi.

Internet. Siamo abituati ad essere sempre connessi, la realtà virtuale implementa quella concreta, vanno di pari passo, in sincronia.  Viviamo contemporaneamente nel mondo, attraverso la connessione perenne alle notizie che arrivano dalle nostre fonti di informazione, dalle reti sociali, lavorative e quant’altro, in cui siamo inseriti. Siamo abituati ad essere in qualcosa, parte di qualcosa. E’ la fine dell’individualismo industriale promulgato dallo spirito capitalista degli albori. Quello che profetizzava l’ ognuno per sé. Homo faber fortunae suae.

Senz’altro, l’individualismo non troverà fine nella connessione. Ma sicuramente l’integrazione sociale, l’aggregazione sembrerebbero efficaci nel favorire una nuova omogeneità sociale. Omogeneità partecipata. Le cause di uno possono diventare quelle di tutti, la condivisione travalica i confini di pensiero per passare all’azione immediata e diretta.

Ecologia. I giovani delle grandi città sono molto più abituati a vivere la metropoli in modo sinergico ai  flussi di spostamento quotidiani. Se si cresce utilizzando i mezzi pubblici o la bicicletta è difficile che da adulti si abbandonino certe abitudini. Ora vediamo in strada la generazione dalla marmitta facile. Quando l’automobile era un obbligo sociale. Quando era sinonimo di benessere e di prestigio. Mi sembra che questo vizio sia in declino, e che si metta la mobilità davanti alla  comodità. Forse con il passare degli anni assisteremo alla diminuzione del congestionamento urbano, perché arriveremo noi.

Una nuova generazione, con un nuovo modo di vivere. Eco- compatibile.

Aldilà delle controversie politico- economiche, il green-thinking potrebbe pervadere gradualmente le nostre posizioni a riguardo dell’energia. A meno che non si sia figli di dirigenti Eni o di petrolieri, pian piano la vivibilità del pianeta sarà prioritaria rispetto al consumo indiscriminato di idrocarburi pensato per andare sempre più veloce. Ce lo chiedono i nostri polmoni, e la pelle ingrigita dallo smog.

Rallentare. Usare ciò che la natura ci dà. Marginalizzare il guadagno e il risultato a breve termine per costruire qualcosa che realmente garantisca benessere a tutti.

Ma c’è altro ancora. Il cambiamento della suddivisione dei ruoli tra uomini e donne. Vediamo che il modello di uomo-breadwinner è in declino. Lo è forzatamente, perché nonostante la società continui ad essere di stampo maschilista, nel senso che i centri decisionali e di potere sono fermamente in mano a leader maschi, anche il trentenne laureato si trova ad affrontare le avversità del mercato del lavoro, perché non c’è più posto per tutti, così come mal gestisce le difficoltà economiche e la crescente necessità di flessibilità. Le donne invece guadagnano terreno, almeno sul piano umano, per via delle loro abilità conciliative di vita privata e pubblica, per il loro saper discernere i bisogni fondamentali ed elementari in vista della cooperazione e non della competizione. Accontentarsi, o meglio, capire ciò che conta davvero.

Forse si vede un ritorno agli affetti, un ritorno alle persone più che alle cose. Una volta caduta l’illusione del benessere e della ricchezza per tutti, dovremmo capire che essere uomini non significa essere consumatori e produttori, significa vivere la vita. Significa apportare il nostro singolare contributo alle esistenze altrui, significa camminare tra pari, e non lottare per arrivare primi.

Finché il modello della prevaricazione, della predominanza non verrà sostituito da uno orizzontale, di condivisione e cooperazione, la società resterà intrappolata nella lotta di tutti contro tutti.

E il cambiamento spetta a noi. Ho fiducia nella nostra generazione.

Riclicato impudentemente dal 10 Febbraio 2011

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