Le mani sul corpo

Nymphomaniac-01-photo-by-Christian-Geisnaes

“Nymphomaniac” di Lars Von Trier è un film scuro e freddo, la colonna sonora metal lo accompagna lungo un fiume di olio nero e denso che riflette una superficie invischiata di carcasse che si dimenano ma sono già morte. E’ un film privo di vita, che parla di nichilismo e di passato. Tanta vecchiaia che emerge anche nella gioia di corpi freschi.

Se pensate di andare a vedere un porno, vi sbagliate. A parte qualche foto di peni multirazziali, la cosa più porno che sentirete dire è che con tutti i prepuzi tagliati nella storia dell’umanità si percorrerebbe la distanza tra Terra e Marte andata e ritorno. Sono molti anni luce. 227,94. Se fossimo nel film, un anziano uomo felice che di felice ha solo il nome, cercherebbe di riportare questo numero a qualche correlazione con la serie di Fibonacci.

Quella che Nymphomaniac lascia addosso è una sensazione di usura. Usura emotiva, progressiva corrosione dello stato vitale. Usura del corpo. Uscendo dal cinema, dopo le montagne russe di emozioni, provavo uno senso di stordimento.

Le chiacchiere con un amico hanno riportato lo stordimento in una dimensione meno cinematografica e più quotidiana, raccontandoci di come le nostre vite in fin dei conti non seguano mai delle strade completamente razionali. Anzi tendiamo a farci portare via dalle circostanze, ad assecondare istinti e pulsioni che poco hanno a che fare con una visione consapevole delle cose. Tuttavia, lontani da quel fiume denso e vischioso, siamo noi a guardare le creature che si dimenano nell’olio nero, impotenti sul loro destino.

Tutto quello strofinamento di carni osservato nella pellicola, le crudezze messe a nudo dalla mano abile del regista, rendevano tutto il mondo un po’ più intimo. Non ho mai imbarazzo nel guardare gli occhi degli estranei, e sul tram per tornare a casa le occhiate erano leggere, scostanti, così normali e umane. Nel tempo che mi restava tra il parlare con il mio ragazzo al telefono, controllare l’altro telefono per restare sul pezzo a lavoro, sì, perché all’una di venerdì notte stavo ancora lavorando; sondavo la varietà umana che mi teneva compagnia sul tram. Soliti volti scuri e orientali, con gli occhi profondi e liquidi degli indiani. Un paio di ragazze asiatiche. Il tram è sempre molto illuminato, e caldo. Uno dei mezzi di trasporto più piacevoli che io conosca.

Dicevo, nella mia solita divisione tra varie occupazioni, gli sguardi invadenti degli uomini passano in secondo piano. Diventano un fattore metereologico, parte integrante dell’ambiente sociale. Mi sforzo sempre di spogliarli di qualsiasi malizia, dato che non posso sottrarmi alla loro presenza. Di sicuro non mi metto a sorridere agli estranei, constato la loro attenzione e la ignoro, senza mostrare turbamento. Gli sguardi degli uomini a volte sono vili, altre sono spavaldi, la mattina soprattutto sono addormentati. La sera sono molto comprensibilmente cacciatori, come si addice a una creatura che subisce il fascino del calare delle tenebre e in esse annida fantasie e soprattutto, voglia di caccia. Ma io non ho paura. Ben cosciente delle sfumature dell’animo umano, cerco di passare senza lasciar traccia.

Scesa dal tram, mi separano dal portone di casa sì e no cento metri. Continuo a parlare al telefono con il mio ragazzo, che mi riaccompagna virtualmente a casa ogni sera. Metto l’altro telefono in tasca, apro lo zaino per prendere le chiavi di casa e lo chiudo un po’ alla buona, sono a dieci metri dal portone.

Sento dietro di me un passo che incalza, un respiro pesante. Sento qualcosa che mi tocca ma non capisco subito di cosa si tratti. E’ un tocco all’altezza delle spalle, poi dei glutei. Come prima cosa penso agli alberi. Ma sul marciapiede non ci sono alberi. Poi penso che mi sia caduto addosso qualcosa da un balcone, che il vento mi abbia fatto arrivare un giornale sulla schiena. Penso anche a un cane. Perché il tocco è morbido, leggero, come quello di zampe sulla mia pelle rivestita soltanto da uno strato sottile di collant.

Poi sento i polpastrelli affondare nei miei glutei in profondità. Capisco che qualcuno mi sta aggredendo. Capisco che la sensazione sulla schiena era lui che cercava di afferrare lo zainetto. Mi volto di scatto, spalle al muro, mi divincolo dalla sua presa e tiro un fendente alla cieca con la mano occupata dal telefono. Sento la lingua in bocca che mi si scioglie e si ritira verso la gola con un’orribile contrazione involontaria, emetto un suono sconnesso che dura poco più di un secondo. Il fendente non è andato a segno, ma era stato tirato con forza. Sbatto contro una saracinesca e mi rimetto in piedi, ritta. Guardo il mio aggressore negli occhi. E’ un ragazzo indiano, dalla fisionomia direi di sì. Ha lunghi capelli ondulati raccolti in una coda. Una felpa blu con due strisce, una bianca e una rossa, dalle spalle ai polsini, un paio di jeans, stivali consumati. Lo guardo dritto negli occhi e vedo che è spaventato. Io non lo ero. Continuavo a non esserlo. Continuo a non esserlo. Ero infastidita del fatto che qualcuno avesse provato a derubarmi, forse. Gli urlo contro “Che cazzo fai!”. La mia voce è alta e forte, ci do di diaframma. Penso che almeno così attirerò l’attenzione delle ragazze che la sera piantonano la rotonda a dieci metri da noi. Ragazze che di certo hanno conservato la forza fisica degli uomini che erano. Il mio aggressore indietreggia di qualche passo fino al termine del marciapiede e va a sbattere contro una macchina parcheggiata. Vile. Poi, appena si rende conto di non essere lì per fare una chiacchierata, cosa che io sarei stata anche disposta a fare, corre via come una lepre impaurita dai fari nella notte, a zig zag, in mezzo la strada. Gli urlo ancora appresso, appena corre via, “Testa di cazzo!”. Aspetto che svolti l’angolo. Nemmeno una minima tachicardia per me.

In tutto ciò, che si è svolto in circa dieci secondi, il mio ragazzo era ancora al telefono.

“Mi hanno appena aggredita. Un tizio mi ha infilato le mani nel culo. Ma non ho mancato di fare anche a lui la morale.” Ridiamo. Poi penso a cosa volesse. Quel ragazzo era sul tram. Guardava, come gli altri, di sottecchi. Abbiamo incrociato i nostri sguardi un paio di volte.

Io sarò passata anche senza lasciar traccia. Ma i miei due telefoni no.

Usura dell’anima. Corrosione.

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3 risposte a Le mani sul corpo

  1. wwayne ha detto:

    Sono molto affezionato ad uno degli attori di Nymphomaniac, Stellan Skarsgård. Questo attaccamento mi deriva dalla sua presenza in uno dei film più belli della storia del cinema, Will Hunting – Genio ribelle: ti straconsiglio di guardarlo se non l’hai già fatto.

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    • Erika Giambattista ha detto:

      Recitazione superba. Personaggio tenero, comprensivo e eccezionalmente puro di spirito. Guarderó il film che mi consigli!

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      • wwayne ha detto:

        Se ti va, poi fammi sapere come l’hai trovato. Se invece non dovessi più sentirti, per me avertelo fatto scoprire é già una grande soddisfazione. Torno a scrivere il mio prossimo post: conto di pubblicarlo domattina. Grazie per la risposta! : )

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