Pubblico trapasso della tranquillità

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L’ultima carrozza del treno, anzi no, la penultima. Non deve essere un treno con le carrozze comunicanti, a campata unica, uno di quelli nuovi, con l’aria condizionata.

Fa niente per il rumore. Lo sferragliamento delle rotaie e della carrozzeria invade lo spazio attraverso le finestre aperte per lasciar circolare l’aria calda dei tunnel. L’odore di benzina e di sotterraneo si mescola a quello delle persone e dei loro sguardi che sopportano, ammiccano e si lasciano portare via dalla carrozza motrice a cinquanta metri più in là, sobbalzando con i colpi di coda dell’ultimo vagone del treno.

Ragioniamo. Se qualcuno decidesse di salire su questo treno, mettiamo nella carrozza centrale, con un carico di nitroglicerina addosso, o con una bomba a mano, un mitra, un razzo pirotecnico, le porte che separano una carrozza dall’altra attutirebbero l’impatto, giusto?
Smorzerebbero la forza dell’esplosione circoscrivendola a quante, due, tre carrozze a partire da quella centrale?
Invece se il treno fosse a campata unica come si comporterebbe il fuoco? Mi immagino un tornado bollente che percorre indisturbato tutta la lunghezza del treno senza incontrare ostacoli. Meglio la penultima carrozza di un treno con vagoni separati.

Pensare alla sopravvivenza e tenere sempre di conto le ostilità, in un clima di paranoia dettato dall’istinto di autoconservazione e dalla visione di uno spiraglio, un piano di fuga da tenere a mente in ogni situazione.

Un’esercitazione, l’esercito con i mitra spianati fuori da ogni stazione. Le immagini in televisione che vanno a nastro, inquadrando i particolari orribili di una furia circoscritta ma esasperata a pervadere tutto, come il fuoco  nel vagone unico dei nuovi treni.

Ostile è la modalità di pensiero, ostile l’allestimento delle reazioni, l’isolamento delle emozioni, il campo stretto sul particolare orribile.

Photo credits: Carlo Tonti

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Chiacchiere concrete

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Giorno uno.

Persona uno: Blah! Blablablablabla, blabla. Blablablabla blablabla. Bla-bla?

Persona due: Certo, assolutamente.

Persona uno: Blabla! Blablablabla, blah!

Persona due: Farò il possibile assolutamente.

Giorno due.

Persona due: Blabla, blablablablabla blablablablablabla, blablablablabla blabla. Blabla, bla blabla bla.

Persona tre: Sono d’accordo, come vogliamo fare?

Persona due: Blablablablablablablablablabla, blablablablablablablablablablablablablabla. Blabla blablablabla. Blabla?

Persona tre: Va bene, allora fammi sapere!

Giorno tre.

Persona uno: Blablablablablablablablablabla blablablablablablabla.

Persona due: Blah! Blablabla blablablabla blablabla.

Persona uno: Blabla? Blablablablablabla bla. Blablablabla.

Persona due: Blah! Blablablablabla! Bla bla, bla?

Persona tre: …

Persona uno: blah?

Persona due: blabla?

Persona tre: Addio a tutti.

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L’idea di casa

C’è differenza nell’idea di casa di quei due uomini che vedo ogni mattina.

Escono da un cancello arrugginito, nel vecchio scalo di Porta Romana. Sono vestiti di tutto punto, forse padre e figlio, distinti e sorridenti, portano sotto braccio una cartella. Quello più anziano in genere lega il cancello con una corda e assicura il nodo ben stretto, senza chiavi abbandonano il loro rifugio e si avviano per le strade di Milano. Potrebbero essere usciti benissimo da un ufficio, da un hotel a 3 stelle, da una casa. Si confondono con i mattinieri che non si perdono la colazione alla Fondazione Prada, quelli che amano non salutare e non guardare in faccia nessuno: sarà per questo che passano inosservati alla vigilanza che batte costantemente via Brembo.

Invece vivono nello scalo abbandonato di Porta Romana. Ed ogni mattina, vestiti di tutto punto, chiudono quel cancello con la corda e si avviano per le strade di Milano.

Ho sbriciato tra le fessure del ferro arrugginito per vedere casa loro com’è. Un capanno in mezzo ad una sterminata area fatta di capanni e casupole abbandonate. Si accede da molti punti, da cancelli e recinzioni divelti, dalla strada, dai binari del vecchio scalo. Eppure ogni mattina loro chiudono la porta di casa, mentre poco più in là, all’angolo con via Ripamonti, un altro gruppo di uomini si sveglia ed inizia a fare il bucato, a farsi la doccia nel cortile di una casa abbandonata a metà, dove lo spazio è condiviso con il vecchio scalo di Porta Romana.

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Stasera Suono

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Stasera suono

suono per ripassare le rime sfumate

suono per rilassare le dita sfinite

Una sfida migliore si estende

da ponte a ponte sopra un legno che splende

lucente riflette lo specchio di lucida avvenenza acida arroganza

stupida prudenza.

Verde di neon bianco di foglia spoglia

sbaglia

si staglia nell’occhio profondo di un momento un lamento

qualcosa di sommesso ho smesso

Smetto

di chiedere di meno

E stasera suono.

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6 Aprile 2009

Il ricordo del 6 Aprile 2009 è sempre vivo. Come non lo è la città: L’Aquila continua a riposare sotto le sue macerie. E mi sono commossa ancora una volta guardando il corto dei ragazzi della scuola di cinema della città che ripercorrono la storia dell’Aquila dopo quei secondi terribili.

Una come tante

Ore 3.32.

Il mio letto inizia violentemente a scuotersi, mi sveglio e mi accorgo che non è un sogno. L’intera stanza si deforma nel buio sotto una spaventosa scossa di terremoto. Mi alzo, è difficile persino stare in piedi, mia sorella dalla sua stanza urla, vado da lei brancolando, senza occhiali non vedo un granchè, la prendo per mano. Ci dirigiamo verso la camera di mamma, è immobilizzata nel letto, la tiro su a forza e ci ripariamo sotto quella che dovrebbe essere l’architrave portante del nostro appartamento.

I secondi passano, infiniti. La direzione, l’intensità e la forza del movimento cambiano, è come stare su un piatto che rotea su un bastoncino. Con un ultimo strattone secco, la scossa finisce. Mia madre non vuole uscire fuori, dice che si sente più sicura in casa, che non crollerà. Mentre, tra grida e corse giù per le scale, tutti gli abitanti del…

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Le mani sul corpo

Nymphomaniac-01-photo-by-Christian-Geisnaes

“Nymphomaniac” di Lars Von Trier è un film scuro e freddo, la colonna sonora metal lo accompagna lungo un fiume di olio nero e denso che riflette una superficie invischiata di carcasse che si dimenano ma sono già morte. E’ un film privo di vita, che parla di nichilismo e di passato. Tanta vecchiaia che emerge anche nella gioia di corpi freschi.

Se pensate di andare a vedere un porno, vi sbagliate. A parte qualche foto di peni multirazziali, la cosa più porno che sentirete dire è che con tutti i prepuzi tagliati nella storia dell’umanità si percorrerebbe la distanza tra Terra e Marte andata e ritorno. Sono molti anni luce. 227,94. Se fossimo nel film, un anziano uomo felice che di felice ha solo il nome, cercherebbe di riportare questo numero a qualche correlazione con la serie di Fibonacci.

Quella che Nymphomaniac lascia addosso è una sensazione di usura. Usura emotiva, progressiva corrosione dello stato vitale. Usura del corpo. Uscendo dal cinema, dopo le montagne russe di emozioni, provavo uno senso di stordimento.

Le chiacchiere con un amico hanno riportato lo stordimento in una dimensione meno cinematografica e più quotidiana, raccontandoci di come le nostre vite in fin dei conti non seguano mai delle strade completamente razionali. Anzi tendiamo a farci portare via dalle circostanze, ad assecondare istinti e pulsioni che poco hanno a che fare con una visione consapevole delle cose. Tuttavia, lontani da quel fiume denso e vischioso, siamo noi a guardare le creature che si dimenano nell’olio nero, impotenti sul loro destino.

Tutto quello strofinamento di carni osservato nella pellicola, le crudezze messe a nudo dalla mano abile del regista, rendevano tutto il mondo un po’ più intimo. Non ho mai imbarazzo nel guardare gli occhi degli estranei, e sul tram per tornare a casa le occhiate erano leggere, scostanti, così normali e umane. Nel tempo che mi restava tra il parlare con il mio ragazzo al telefono, controllare l’altro telefono per restare sul pezzo a lavoro, sì, perché all’una di venerdì notte stavo ancora lavorando; sondavo la varietà umana che mi teneva compagnia sul tram. Soliti volti scuri e orientali, con gli occhi profondi e liquidi degli indiani. Un paio di ragazze asiatiche. Il tram è sempre molto illuminato, e caldo. Uno dei mezzi di trasporto più piacevoli che io conosca.

Dicevo, nella mia solita divisione tra varie occupazioni, gli sguardi invadenti degli uomini passano in secondo piano. Diventano un fattore metereologico, parte integrante dell’ambiente sociale. Mi sforzo sempre di spogliarli di qualsiasi malizia, dato che non posso sottrarmi alla loro presenza. Di sicuro non mi metto a sorridere agli estranei, constato la loro attenzione e la ignoro, senza mostrare turbamento. Gli sguardi degli uomini a volte sono vili, altre sono spavaldi, la mattina soprattutto sono addormentati. La sera sono molto comprensibilmente cacciatori, come si addice a una creatura che subisce il fascino del calare delle tenebre e in esse annida fantasie e soprattutto, voglia di caccia. Ma io non ho paura. Ben cosciente delle sfumature dell’animo umano, cerco di passare senza lasciar traccia.

Scesa dal tram, mi separano dal portone di casa sì e no cento metri. Continuo a parlare al telefono con il mio ragazzo, che mi riaccompagna virtualmente a casa ogni sera. Metto l’altro telefono in tasca, apro lo zaino per prendere le chiavi di casa e lo chiudo un po’ alla buona, sono a dieci metri dal portone.

Sento dietro di me un passo che incalza, un respiro pesante. Sento qualcosa che mi tocca ma non capisco subito di cosa si tratti. E’ un tocco all’altezza delle spalle, poi dei glutei. Come prima cosa penso agli alberi. Ma sul marciapiede non ci sono alberi. Poi penso che mi sia caduto addosso qualcosa da un balcone, che il vento mi abbia fatto arrivare un giornale sulla schiena. Penso anche a un cane. Perché il tocco è morbido, leggero, come quello di zampe sulla mia pelle rivestita soltanto da uno strato sottile di collant.

Poi sento i polpastrelli affondare nei miei glutei in profondità. Capisco che qualcuno mi sta aggredendo. Capisco che la sensazione sulla schiena era lui che cercava di afferrare lo zainetto. Mi volto di scatto, spalle al muro, mi divincolo dalla sua presa e tiro un fendente alla cieca con la mano occupata dal telefono. Sento la lingua in bocca che mi si scioglie e si ritira verso la gola con un’orribile contrazione involontaria, emetto un suono sconnesso che dura poco più di un secondo. Il fendente non è andato a segno, ma era stato tirato con forza. Sbatto contro una saracinesca e mi rimetto in piedi, ritta. Guardo il mio aggressore negli occhi. E’ un ragazzo indiano, dalla fisionomia direi di sì. Ha lunghi capelli ondulati raccolti in una coda. Una felpa blu con due strisce, una bianca e una rossa, dalle spalle ai polsini, un paio di jeans, stivali consumati. Lo guardo dritto negli occhi e vedo che è spaventato. Io non lo ero. Continuavo a non esserlo. Continuo a non esserlo. Ero infastidita del fatto che qualcuno avesse provato a derubarmi, forse. Gli urlo contro “Che cazzo fai!”. La mia voce è alta e forte, ci do di diaframma. Penso che almeno così attirerò l’attenzione delle ragazze che la sera piantonano la rotonda a dieci metri da noi. Ragazze che di certo hanno conservato la forza fisica degli uomini che erano. Il mio aggressore indietreggia di qualche passo fino al termine del marciapiede e va a sbattere contro una macchina parcheggiata. Vile. Poi, appena si rende conto di non essere lì per fare una chiacchierata, cosa che io sarei stata anche disposta a fare, corre via come una lepre impaurita dai fari nella notte, a zig zag, in mezzo la strada. Gli urlo ancora appresso, appena corre via, “Testa di cazzo!”. Aspetto che svolti l’angolo. Nemmeno una minima tachicardia per me.

In tutto ciò, che si è svolto in circa dieci secondi, il mio ragazzo era ancora al telefono.

“Mi hanno appena aggredita. Un tizio mi ha infilato le mani nel culo. Ma non ho mancato di fare anche a lui la morale.” Ridiamo. Poi penso a cosa volesse. Quel ragazzo era sul tram. Guardava, come gli altri, di sottecchi. Abbiamo incrociato i nostri sguardi un paio di volte.

Io sarò passata anche senza lasciar traccia. Ma i miei due telefoni no.

Usura dell’anima. Corrosione.

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Basin City

L’ora della doccia. Il momento in cui milioni di piccoli fori si aprono sulla superficie che volge verso il terreno, sul fondo dell’edificio a forma di vasca sospesa che sovrasta la città. Grazie a quelle enormi strutture che somigliano a bacinelle, possiamo ancora avere dell’acqua.

La città era sporca e asciutta. Era polverosa come le gole dei suoi abitanti. E corrosa.

Scendevo lungo una stradina sabbiosa quando la prima doccia è iniziata. Ho tirato la lingua fuori per un attimo, poi mi sono rintanato dentro un pub. Strisce di luce bianca brillavano nell’atmosfera verde dei liquidi vitaminici. L’acqua ormai non era più destinata al godimento degli umani: serviva solo a perpetrare la nostra specie, rendeva possibile la nostra esistenza. Una volta era sinonimo di vita, e in qualche modo, continua ad esserlo.

Durante il lavaggio della città avviene parallelamente un altro processo: la nutrizione e l’allevamento dei nuovi individui, quelli che stanno sotto terra. Dove l’acqua incontra la fine del suo percorso.

Le docce iniziarono ad essere sempre meno frequenti. Non c’è abbastanza acqua per tenere tutti quanti in vita.

Era un pò di tempo che non aprivano le pompe, nemmeno per irrigare i campi circostanti la città. Ma comunque, la città sopravviveva nel metallico riflesso del bacino, nella luce frantumata del disco solare splendente riflesso sulla sua superficie d’acciao, intrappolata nella profondità delle sue acque tiepide.

Quelle gocce sulla mia lingua avevano un sapore acido e disgustoso. Le cose erano andate velocemente peggiorando dal momento in cui avevano dichiarato l’acqua pericolosa per il consumo umano a causa dell’inquinamento.

O almeno, lo era per quelli di noi nati secondo le leggi biologiche della nostra natura precedente. Ma da quando l’acqua e la terra sono state così irrimediabilmente compromesse e danneggiate, c’è un solo modo per sopravvivere: adattarsi.

E per aiutare l’adattamento, hanno deciso di creare una nuova, ultra resistente razza di umani: quelli allevati direttamente con gli elementi inquinati. L’acqua inonda i sotterranei, dove donne gravide riposano per nove mesi con i polmoni pieni di anidride carbonica, ogni tanto vengono lavate via da una doccia e rimpiazzate con nuove pompe. Quello che resta di loro dopo tutti i lavaggi è il residuo di una nuova vita, la traccia di un nuovo essere vivente a qualche stadio iniziale del suo sviluppo.

Stesso discorso per il cibo, che è stato il nostro mezzo di transizione, per noi umani generati biologicamente. I campi coltivati erano veramente rigogliosi. Avevamo tutto, ma era tutto marcio e abbiamo dovuto mangiarlo lo stesso perché era tutto ciò che ci restava.

Molti di noi sono morti nel processo di adattamento. Io sono sopravvissuto perché sono un fumatore accanito, il cancro disse al mio corpo che tutto quello che doveva fare era lasciarsi trasportare dalla degenerazione tumorale di tutte le cellule,

e trasformarsi nella malattia stessa.


 

It was shower time. The moment when billions of small holes open on the groundfacing surface of the suspended bowl-shaped building that overtops the city. Thanks to those massive basins-looking like structures, we can still have water.

But the city was dry and dirty. It was dusty as were its inhabitants’ throats. And corroded.

I was wandering down some sandy alley when first the shower begun. I stuck my tongue out of my mouth for a while, then rushed inside a pub. Lines of white lights glimmered in the green atmosphere of vitamin liquids.

Water is not made for humans to enjoy it anymore, but to perpetrate our species only, to make us possible. It used to be synonymous of life, and it still is, somehow.

Along with the city washing comes the feeding and the breeding of new individuals, those who lay underground. Where water finds the end of its journey.

The showers started to be less and less frequent. It had not been raining enough to keep everyone alive.

They hadn’t even opened the valve to irrigate the surrounding crops for a while. But still, the city survived in the metallic reflection of the basin, in the diffracted light of the shining sun disc mirrored on its iron surface, in the dept of its mild waters.

Those drops on my tongue felt acid and bad tasting, it was clearly going worse since water had been declared damaging for human consumption due to pollution.

At least if was for those of us who were born following our biological nature. Now, that water and earth were so irremediably wasted and ruined, there was only one way to survive: adapt. And to adapt, they decided to forge a new, ultra resisting race of humans, those grown by polluted elements themselves. Water flooding the undergrounds, where pregnant ladies rest for nine months, their lungs filled with carbon dioxide, and now and then washed up by a shower, then replaced with new pumps. And at the due time the residual, what is left after a shower, is the trace of a new being at some initial stadium of his evolution.

Same for the food, which was our mean of transition, for us biologically generated humans . The crops were very well furnished. We had everything, but everything was rotten and yet we had to eat it because it was all that was left.

So many of us died in the process of adaption. I lived because I am a hard smoker, cancer told my body that all he had to do was to get along with the degeneration of the tumorous cells and become disease itself.

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Essere assunti: una lettera di presentazione efficace

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Lettera Motivazionale di Candidatura

Indirizzata alla Società del Libero Sviluppo Umano
Alla cortese attenzione di Qualcuno che ha il Potere di Assumermi
Candidato: Erika Giambattista
Milano, 25 Marzo 2014


Secondo la mia personale esperienza, uno degli argomenti preferiti da coloro che si occupano di ricerca e selezione del personale è  quello dello sport. In genere mi capita spesso di parlare di sport ai colloqui perché dal tipo di sport praticato dal candidato si evincono le sue caratteristiche rispetto a molti fattori tra cui: lo spirito di squadra, lo spirito di sacrificio, l’attitudine alla leadership, la costanza e la dedizione. Volendo, anche la passione.

Certo è che questi fattori possono emergere poco se una persona non ha mai praticato sport o lo ha fatto con un atteggiamento passivo più che proattivo, obbligato dai genitori o per alzare la media in pagella, quindi può non essere strettamente indicativo ai fini della valutazione in sede di colloquio.

Tutta questa premessa per parlare del nuoto. Il nuoto è il mio sport preferito, non l’unico né il più presente negli ultimi tempi, ma è il mio ambiente naturale.
Quando entro in vasca durante le ore di nuoto libero, le persone che frequentano la piscina sono piuttosto eterogenee. Può capitare il pensionato che fa bracciate lunghe e deboli, la signora che ce la mette tutta e schizza ovunque, i ragazzini che non hanno voglia di far nulla e si fermano ad ogni vasca e i fenomeni del momento che sembrano prepararsi per le olimpiadi.

Insomma, non è un ambiente organizzato. Ognuno ha il suo ritmo, ognuno ha il suo modo di godersi l’acqua.

Ognuna di queste figure abbastanza tipiche però è lì per un motivo: vuole nuotare. Per cui ad un certo punto la distribuzione tra le varie corsie tra chi va più veloce e chi più lento avviene naturalmente. All’inizio i fenomeni si impegnano a superare i pensionati, poi si accorgono che la corsia non è abbastanza larga per far passare la signora che fa tanti schizzi, senza contare che i ragazzini fermi a fine corsia occupano tutto il muretto ed è necessario virare prima della fine della vasca. Quelli che chiamo “fenomeni” in modo molto ironico, sono quelli che vanno a nuotare per spompare i polmoni dieci vasche alla volta, ma spesso sfociano anche nella prevaricazione degli altri nuotatori e alla fine non si godono nemmeno la nuotata.

Personalmente ho trovato sempre più adeguato adattare il mio ritmo a quello degli altri, andando a rana quando il signore davanti fa stile libero ma va lento lo stesso, invitando i ragazzini a lasciare almeno uno spazio per sbattere i piedi e ripartire, lasciando che sia la signora a lasciarmi passare avanti, e lasciando passare avanti i fenomeni per non venir tampinata sulle punte dei piedi e rischiare fastidiose invasioni della carreggiata opposta.
Potrei riassumere tutto ciò dicendo che, in generale, mi piace riuscire a mantenere una certa armonia con tutto ciò che mi circonda continuando ad andare per la mia strada.
Inoltre, non entro mai in acqua dal trampolino. Mi piace un ingresso più graduale, volto ad acclimatarmi. Dopo le prime vasche, dopo aver capito i ritmi di tutti, ingrano una nuotata liscia e continua, fino a che sopraggiunge la stanchezza, e non sopraggiunge quasi mai allo scoccare dell’ora.
Mi piace trovare il mio posto perché l’ingranaggio funzioni. Perché la permanenza in vasca sia gradevole per tutti, nei limiti di una piscina affollata.

Ovviamente, ogni volta che una nuova persona si unisce c’è uno sforzo più o meno collettivo per ristabilire un nuovo equilibrio. Probabilmente è un lavoro di squadra inconsapevole o un naturale processo direzionale delle intenzioni all’interno del medesimo ambiente.Forse sono andata “un po’” fuori tema con tutta questa metafora, ma il succo del discorso è che sono una persona flessibile, che si adatta ai contesti e che persegue il suo scopo all’interno di un gruppo che ha il medesimo scopo. Il mio scopo è lavorare, il mio obiettivo è farlo bene.
Alla fine dei conti a me interessa che tutto funzioni, e mi piace lavorare in tal senso.

Introducendo la Società del Libero Sviluppo Umano nel discorso, mi interessa che il gruppo sia efficiente ed efficace, che il cliente sia soddisfatto, e come risultato che l’attività lavorativa sia gratificate, ottenuta attraverso l’impegno attivo di tutte le parti con differenti modalità e apporti di competenze.
Mi piace trovare una ricchezza di figure all’interno di un’organizzazione, dalla varia specializzazione e verticalizzazione, dai percorsi diversi di ognuno, supportata da risultati che dimostrino il funzionamento di questo mix.
Mi piace che sia un ambiente in cui circolano idee, novità. Mi piace che ogni giorno ci sia da inventarsi qualcosa di nuovo, ma farlo con metodo e strategia: questo è un po’ il mio approccio verso il lavoro nel mondo del libero sviluppo. Inoltre, voglio mettere in pratica quello che ho solamente osservato e “simulato” durante i miei studi e che ora voglio sperimentare, testare, collaudare… (et altri sinonimi)
Penso che tra di voi ci siano persone davvero brave che potrei seguire avidamente per avere le giuste informazioni e i giusti consigli. Vi considero tra le realtà più interessanti, dinamiche e appetibili in cui lavorare dell’universo lavorativo da me conosciuto.

E poi sono convinta che entrando in vasca da voi troverei una squadra di nuoto sincronizzato (che tra l’altro è la disciplina del nuoto che praticavo).

Sperando in un vostro riscontro positivo,

E.G.

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Calipso

Pizzica Salentina

Tu con il fuoco nei piedi
i diamanti negli occhi
lunghe corde dal mare di notte
intrecciate su uno scrigno
che rendi vulcano.

Spazi possibili, spazi infiniti
sono dove ritrovi
i pensieri più vivi
di vita irreale
e infinita poesia.

Poi torni , stupisci
scorri limpida
e sorgi con mille suoni,
ricette in parte sconosciute
ma forte e bella
ti stagli
tra alberi grigi
di cemento bagnato.

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